Schengen o non Schengen?

Flavia Zorzi Giustiniani, Università Telematica Internazionale Uninettuno

Nei primi commenti a caldo dopo gli attentati terroristici di Bruxelles si è ripresentato, immancabile, lo spettro della fine di Schengen. Tale spettro è stato invocato più volte, nei mesi scorsi, a seguito delle richieste di sospensione temporanea avanzate da vari Paesi membri. La posta in gioco è altissima se soltanto si considerano le conseguenze di un tale scenario. Riattivare il vecchio sistema dei controlli alla frontiera comporterebbe infatti costi ingenti sia per l’Unione che per i suoi membri. Secondo una stima della Commissione, i soli costi diretti immediati si aggirano tra i 5 e i 18 miliardi di euro all’anno, pari allo 0,05%-0,13% del Pil. A ciò dovrebbero poi aggiungersi i costi indiretti di tipo sociale e culturale, nonché l’impatto sulla cooperazione giudiziaria e di polizia e su altre materie di competenza UE. Infine, con Schengen verrebbe meno uno dei simboli più emblematici dell’integrazione europea. Continua a leggere

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L’accordo UE-Turchia: le criticità di un accordo a tutti i costi

Emanuela Roman, Università di Palermo

L’accordo di cooperazione in ambito migratorio tra Unione Europea (UE) e Turchia, definito nei sui principi il 7 marzo 2016, è stato confermato dal Consiglio europeo del 17-18 marzo 2016. Esso rappresenta l’ultimo, secondo alcuni disperato, tentativo europeo di fermare (o quantomeno ridurre drasticamente) il flusso di migranti e rifugiati, in maggioranza siriani, che continua a raggiungere l’Europa in numeri consistenti attraversando il Mar Egeo e percorrendo la rotta balcanica (più di 850.000 persone nel 2015). Quest’accordo si inserisce in un contesto di intensificata cooperazione tra UE e Turchia, finalizzata al controllo dell’immigrazione irregolare verso l’Europa e al supporto nella gestione della crisi siriana in Turchia. Gli incontri, i negoziati e gli accordi che si sono susseguiti a partire dal settembre 2015 non hanno però portato i risultati sperati. Di fronte al graduale deteriorarsi della situazione, quest’ultimo accordo deriva dunque dalla volontà di porre sul tavolo una soluzione radicale e risolutiva. Tale soluzione risulta però per molti aspetti controversa, sia dal punto di vista della sua conformità con il quadro giuridico internazionale ed europeo, sia relativamente alla sua praticabilità ed efficacia. Continua a leggere

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In morte di Giulio Regeni

Gabriella Carella, Università degli studi Aldo Moro – Bari

Il ritrovamento del corpo martoriato del giovane ricercatore italiano Giulio Regeni non poteva non suscitare una prorompente domanda di verità e giustizia a tutti i livelli. Talune misure adottabili de iure condito per soddisfare tale esigenza, morale oltre che giuridica, sono state individuate opportunamente – anche nei loro risvolti problematici – nel post di Luca Pasquet e non sarebbe utile ritornare sull’argomento. Mia intenzione è invece rimarcare le misure de iure condendo che sono implicate dal caso Regeni come impellente necessità.

La prima scaturisce dalla notizia che la Procura di Roma sta indagando sulla vicenda. Non è noto quale sia l’ipotesi di reato formulata, ma una certezza c’è: sicuramente non si tratta di indagine per tortura perché nel nostro ordinamento questa figura di crimine internazionale contro l’umanità tuttora non costituisce reato. Continua a leggere

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Oltre l’esegesi della risoluzione 2249

Enrico Milano, Università di Verona

L’efferatezza degli attacchi terroristici di Parigi, lo sdegno provocato nell’opinione pubblica, l’immediata e ferma reazione da parte dello Stato colpito e l’unanime solidarietà espressa dalla comunità internazionale hanno riportato alla mente di tutti, perlomeno nel mondo occidentale, gli eventi del 11 settembre 2001 (si vedano i commenti già apparsi su questo blog di Alì e Sommario). Come allora, anche oggi, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha presto veicolato la forte riprovazione della comunità internazionale, adottando all’unanimità la risoluzione 2249, in cui ha condannato gli attacchi terroristici compiuti dall’ISIS e ha invitato gli Stati ad adottare tutte le misure necessarie per coordinarsi, contrastare e sradicare il Califfato islamico. Nel giro di poche settimane, la risoluzione è stata diffusamente commentata nella blogosfera specialistica (si vedano in particolare Akande e Milanović, e Weller) e in riviste in formato elettronico (Hilpold e Martin), lasciando ben pochi spazi per ulteriori sforzi esegetici del testo. Pertanto il presente contributo non va letto come ulteriore (tardivo) commento alla risoluzione in esame, ma solamente da quest’ultima prende spunto, per interrogarsi brevemente su alcune questioni giuridiche che emergono dalla risoluzione stessa e dalle prassi precedenti e successive alla sua adozione e che investono in particolare l’evoluzione della nozione di legittima difesa nel diritto internazionale, in particolare il suo incardinamento nel sistema di sicurezza collettiva delle Nazioni Unite. Continua a leggere

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Patti chiari, amicizia lunga: l’accordo sullo status del Regno Unito nell’Unione europea

Giulia Rossolillo, Università di Pavia

L’atteggiamento di rifiuto da parte del Regno Unito nei confronti di qualsiasi forma di unione politica tra gli Stati europei rappresenta una costante del processo di unificazione del Vecchio Continente. Fin dal suo ingresso nella Comunità economica europea, nel 1973, la Gran Bretagna ha infatti concepito l’integrazione europea come un processo volto alla creazione di un mercato unico e alla liberalizzazione degli scambi tra Stati membri, opponendosi tenacemente a ogni avanzamento istituzionale che minacciasse la sovranità del Regno Unito e del suo Parlamento. Tale visione, manifestatasi con particolare virulenza negli anni del governo di Margareth Thatcher, durante i quali il Regno Unito, invocando il principio del «giusto ritorno», ha ottenuto forme di compensazione del suo contributo al bilancio comunitario, non ha subito variazioni sostanziali in conseguenza dell’alternarsi al governo di laburisti e conservatori, e si è dunque consolidato come tratto caratterizzante della partecipazione britannica al processo di integrazione. Continua a leggere

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L’Italia, l’Egitto, e il “diritto alla verità”: alcune considerazioni sul caso Regeni

Luca Pasquet, Graduate Institute of International and Development Studies

Sappiamo poco delle circostanze che hanno portato alla morte di Giulio Regeni. Ma gli elementi resi noti dalla stampa – la sua sparizione, ed il ritrovamento del corpo che riporta tracce evidenti di tortura – fanno sorgere alcuni sospetti rispetto alle responsabilità delle autorità egiziane. Come osservato da diversi commentatori, il caso del ricercatore italiano ricorda molto da vicino quelli di centinaia di egiziani rapiti, torturati ed assassinati negli ultimi due anni per essersi opposti in vario modo al regime del generale Al-Sisi (si vedano a tal proposito, il commento di Ursula Linsey sul SIDIBlog e l’articolo di Fahim, Youssef e Walsh sul New York Times). Circostanza che fa sorgere dubbi legittimi sulla natura del brutale assassinio in questione: si tratta davvero di un crimine isolato, o è piuttosto un atto che s’inserisce in un preciso disegno di intimidazione e sistematica eliminazione del dissenso? Continua a leggere

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A factual insight on the murder of Giulio Regeni

Ursula Lindsey, The Arabist

We still don’t know what happened to Giulio Regeni, the 28-year-old graduate student whose battered corpse was found on the side of the road in Cairo. Anonymous eyewitnesses (and a few security officials) have told international media outlets that plain-clothes police took Giulio Regeni into custody on the evening of January 25. The Egyptian Ministry of Interior has denied this. There has been a strong suspicion, from the start, that Egypt’s security services kidnapped, tortured and, probably accidentally, killed Regeni — especially given the timing of his disappearance (on a day when the authorities were on high alert to prevent any commemoration of the uprising against Hosni Mubarak five years ago, and were conducting raids, arrests and interrogations) and the kind of abuse he suffered. Continua a leggere

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Dibattito sul SIDIBlog: La revisione del Regolamento sulle procedure d’insolvenza / The EU Regulation on insolvency proceedings (recast) (4) L’ampliamento dell’ambito applicativo del Regolamento UE 848/2015 a sostegno della continuità aziendale: le procedure ricomprese nell’Allegato A alla luce dei nuovi istituti della Legge Fallimentare italiana

Giuseppina Laura Candito, Università Mediterranea di Reggio Calabria

An English summary is available at the end of the post

  1. L’antefatto alla rifusione del regolamento (CE) n. 1346/2000

La crescente incidenza dell’insolvenza delle imprese sul corretto funzionamento del mercato intraeuropeo, soprattutto a fronte dei rischi ingenerabili dal forum shopping in danno alla massa dei creditori, ha da tempo segnalato l’esigenza di una rifusione del regolamento (CE) n. 1346/2000 che, seppur più volte modificato, non è riuscito a perseguire appieno l’efficace gestione delle procedure d’insolvenza transfrontaliere.
Alla base dell’inadeguatezza del regolamento n. 1346/2000 vi è stata, anzitutto, la diffidenza degli Stati membri rispetto all’enucleazione di una procedura uniforme in un ambito dove le differenze tra i vari ordinamenti sono piuttosto persistenti. Tali differenze non sono certo di dettaglio, ma attengono alla stessa ratio e alle finalità perseguite; basti pensare che, mentre nella tradizione anglosassone gli istituti concorsuali privilegiano la gestione consensuale della crisi tra debitore e creditori, al contrario, l’esperienza francese che muove dall’Ordonnance du Commerce del 1673 di Luigi XIV, per come rielaborata dal Code de Commerce del 1808, opta per un’impostazione statalista ove il ruolo principale è assolto dal Tribunal de commerce, in un’ottica, quindi, fortemente moralistica e sanzionatoria. Continua a leggere

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L’Italia e il sovraffollamento carcerario: verso la soluzione del problema?

Claudia Morini, Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”

Occasioni per riflettere

Sebbene nel nostro Paese quello del sovraffollamento carcerario sia un problema grave ed attuale, l’Italia è solo uno dei moltissimi Paesi al Mondo nei quali il numero delle persone detenute supera la capacità massima di quelle che potrebbero essere accolte nelle strutture penitenziarie: il sovraffollamento tocca infatti picchi del 100 % e addirittura del 200% in circa 92 Paesi. In proposito, il 15 agosto 2015 l’Alto Commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite ha presentato il suo Rapporto annuale su Human rights implications of overincarceration and overcrowding nel quale, da un lato, mette in evidenza le violazioni dei diritti umani connesse al problema del sovraffollamento carcerario e, dall’altro lato, cerca di indicare approcci e misure che possano permettere agli Stati, e dunque anche all’Italia, di cercare di risolverlo. Continua a leggere

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Il quarto test nucleare della Corea del Nord

Marco Roscini, University of Westminster

Lo scorso 6 gennaio, la televisione di Stato della Corea del Nord ha enfaticamente annunciato che il Paese asiatico ha compiuto il suo quarto test nucleare sotterraneo. Si tratterebbe, secondo la versione nordcoreana ancora tutta da confermare, di una bomba all’idrogeno ‘miniaturizzata’ – capace dunque di essere trasportata da un missile a lungo raggio – sviluppata e testata come atto in legittima difesa «against the US having numerous and humongous nuclear weapons». Russia, Stati Uniti e India, tra gli altri, hanno denunciato il test come una violazione flagrante del diritto internazionale. È davvero così? Facciamo il punto della situazione. Continua a leggere

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