Gli obblighi erga omnes, l’idioma dell’egemone e la ricerca del diritto. Ancora sull’intervento contro l’ISIS e oltre

Lorenzo Gradoni è professore associato di diritto internazionale presso l’Università di Bologna

L’intervento militare statunitense in corso in Medioriente, il cui scopo è «umiliare e infine distruggere il gruppo terroristico noto come ISIS» (così si è espresso il Presidente Barack Obama), perpetua e arricchisce una prassi di “unilateralismo armato” da molti ritenuta incompatibile con il quadro giuridico delineato dalla Carta delle Nazioni Unite. È vero che il 15 agosto scorso, il Consiglio di Sicurezza, con risoluzione n. 2170 (2014), adottata all’unanimità, ha condannato senza mezzi termini «the terrorist acts of ISI[S] and its violent extremist ideology, and its continued gross, systematic and widespread abuses of human rights and violations of international humanitarian law» (par. 1), giungendo a ipotizzare che l’ISIS abbia commesso crimini contro l’umanità (par. 3). Ciononostante, il Consiglio non ha autorizzato un intervento militare – come il delegato russo si è premurato di sottolineare – limitandosi a imporre l’adozione di sanzioni individuali antiterrorismo contro alcuni esponenti dell’ISIS e di un’organizzazione a esso affiliata, il Fronte Al-Nusra (par. 18 ss.). Continua a leggere

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Considerazioni sull’intervento militare statunitense contro l’Isis

Paolo Picone è Professore Emerito di Diritto internazionale presso l’Università La Sapienza di Roma

1. A pochi giorni dall’inizio dell’intervento militare unilaterale degli Stati Uniti volto a fermare l’avanzata dell’Isis (lo Stato islamico di Iraq e Levante), cominciano a manifestarsi, per ora flebilmente (ma, come nel caso del Papa, assai autorevolmente) le voci che auspicano che tale intervento venga al più presto sostituito da quello dell’ONU. Solo così sarebbe evidentemente per molti possibile restaurare la “legalità” internazionale, e soddisfare le condizioni fissate dalla unica e vera Costituzione del mondo, la Carta delle Nazioni Unite.
Questa “professione di fede” non tiene conto della realtà. Si dimentica infatti che il Consiglio di sicurezza è destinato ad una sicura inefficienza ogniqualvolta si verifichi un contrasto nelle posizioni sostenute dai Membri dotati del potere di veto (inefficienza che ha prodotto una situazione di paralisi radicale dell’organo nei primi quaranta anni di vita dell’Organizzazione!). E che, dopo la fine della guerra fredda, nel mitico 1989, con la nuova “prassi delle autorizzazioni all’uso della forza” agli Stati, questi ultimi si sono trovati investiti di deleghe, nella gestione degli interventi “per conto” dell’ONU, intrise di forti elementi di unilateralismo; mentre l’unilateralismo ha finito col configurarsi, in molti casi (Kosovo, Afghanistan, Iraq nel 2003, e così via), come una opzione alternativa suscettibile di essere scelta a loro rischio dagli Stati, pur in presenza di critiche e di dissensi, nel caso di paralisi del canale istituzionale dell’ONU! Del resto, anche attualmente, gli appelli rivolti all’ONU a intervenire al posto degli Stati Uniti si rivelano in fondo, più che sorprendenti, un po’ patetici, dato che tale Organizzazione, se si prescinde dalla sua attività di “routine”, non gestisce in realtà direttamente nessuno dei principali conflitti militari attuali (Ucraina, Gaza, Iraq, Libia). E sembra non poter fare diversamente, a causa non solo di dissidi interni tra i Membri dell’Organizzazione (permanenti e non), ma delle stesse caratteristiche materiali peculiari di molti dei conflitti indicati, su cui non è possibile soffermarsi in questa sede.
Lo scopo limitato di questo scritto, che appare non a caso in un blog, è volto perciò non a riprendere ab imis delle più dense riflessioni teoriche (da noi svolte peraltro ampiamente in altre sedi), ma a suscitare a fini costruttivi un breve dibattito, comunque problematico, sull’intervento militare statunitense (tra un “vecchio” studioso ormai già “rottamato” e delle giovani “speranze” della materia), che non sia una volta tanto condotto all’insegna di posizioni troppo prudenti e, per così dire, solo “politically correct”. Continua a leggere

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Su Gaza. Tre obiezioni a Lorenzo Gradoni

Gabriele Della Morte è ricercatore confermato di diritto internazionale presso l’Università Cattolica di Milano

Sollecitato dalle questioni poste nel corso di questo appassionato dibattito, nonché da un invito pubblicamente posto da Lorenzo Gradoni, propongo qui alcune riflessioni a margine di una Joint Declaration che condanna i fatti di Gaza, e alle critiche che a tale dichiarazione sono state mosse, e ribadite, da quest’ultimo.

Cercherò di essere sintetico, e di non sovrapporre le mie ragioni a quelle già espresse da Marco Pertile (che, come pubblicamente dichiarato, condivido). Perciò, le riflessioni qui avanzate si concentreranno essenzialmente su tre profili, rispettivamente: 1) Sulle premesse da cui muove il discorso di Gradoni; 2) Sulle conclusioni indotte da alcune esperienze di ‘giustizia penale internazionale’; 3) Sulle conseguenze dedotte in tema di diritto internazionale umanitario. Continua a leggere

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Gaza e la lotta per il diritto internazionale

È stato prima di tutto per rispondere alla mia coscienza – non per il gusto di scandalizzare – che ho deciso di contrapporre un piccolo scritto a un appello per Gaza di grande successo, che si apre accennando a un “dovere intellettuale e morale” di denuncia. Il fatto che io abbia avvertito l’esigenza di giustificare la mia mancata adesione avrebbe potuto segnalare l’esistenza di un’intersezione tra il mio senso morale e quello dei miei “correligionari” – autori, banditori e firmatari dell’appello – e che il mio super-ego internazionalistico non è molto diverso dal loro, non è in dismissione e neppure in agostane panciolle. Ho insomma voluto esprimermi come membro di una comunità ma di questa comunità devo aver infranto una fondamentale regola, dato il tenore di alcune reazioni.

Mi riferisco soprattutto, ma non solo, alla splendida risposta di Marco Pertile, la quale – come cercherò di mostrare – fraintende ampiamente il senso del mio discorso e che, ciò nonostante – o proprio per questo? – ha strappato a un altro firmatario dell’appello, Gabriele Della Morte, un commosso “Marco, sei tutti noi”! (ibidem). Dopo l’iniziale sgomento di chi è deferito dinanzi a un folto schieramento di sopraccigli alzati, ho cercato di sfruttare l’occasione per meditare sui costrutti psicologici e identitari – e di riflesso teorici – all’origine del successo del documento che stavo per sottoscrivere e della “chiusura comunitaria” manifestata da alcuni firmatari di fronte alla mia critica. Continua a leggere

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Ancora a proposito di Gaza

Anch’io, come Lorenzo Gradoni, non ho firmato l’appello per Gaza, pubblicato qualche giorno fa in questo Blog, insieme ad altri documenti. E, in una certa misura, le ragioni per cui mi sono deciso in tal senso, si sovrappongono a quelle fatte valere nel suo post.

È fin troppo evidente che l’atteggiamento della comunità internazionale, cui pure si richiamano accoratamente gli estensori dell’appello, è stato perlomeno ambiguo riguardo alle vicende cui stiamo assistendo e, come tutti sanno, riguardo alla situazione di cui tali vicende sono espressione. Ed è altrettanto evidente che il sistema stesso della giustizia penale internazionale (e cioè, quello stesso sistema che viene primariamente invocato nell’appello) presenta limiti strutturali (lucidamente individuati, proprio da un Autore italiano come Picone, negli atti di un convegno SIDI, ben prima che il sistema stesso iniziasse concretamente ad operare, e dunque a palesarli), tali da rendere, in partenza, piuttosto improbabile una sua attivazione nel caso in esame, perlomeno per il canale del Consiglio di Sicurezza. D’altra parte, al di là della nota (e comprensibile) presa di posizione dell’Organizzazione per l’Unione africana riguardo alla giurisdizione della Corte penale internazionale nei confronti di capi di Stato e di governo in carica (per la quale, v. i riferimenti indicati nel post di Gradoni), è bene non dimenticare che anche quando tale giurisdizione è stata attivata nei confronti di questi ultimi – sulla base di un “referral” del Consiglio di Sicurezza – gli effetti che ne sono scaturiti appaiono discutibili, perlomeno riguardo alle situazioni complessive sulle quali si mirava ad incidere. Si pensi al caso del (primo) mandato d’arresto nei confronti di Bashir, in cui a tale provvedimento, peraltro non ancora eseguito, fecero immediatamente seguito un peggioramento della situazione umanitaria in Sudan, sotto vari profili, ed alcune reazioni negative, non solo da parte dell’Unione africana, ma anche di altri Stati quali la Russia e l’Egitto. E si pensi ancora all’effimero mandato d’arresto nei confronti di Gheddafi, il quale, lungi dal configurarsi come l’atto iniziale di un procedimento giudiziario realmente autonomo, si è tradotto in realtà in un semplice … preludio all’azione militare, autorizzata dallo stesso Consiglio di Sicurezza, e all’eliminazione fisica dello stesso Gheddafi, senza che ciò abbia peraltro contribuito alla pace e alla stabilità di quel Paese, com’è attestato  dai fatti degli ultimi giorni. Continua a leggere

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A proposito di un appello su Gaza – Una risposta a Lorenzo Gradoni

Marco Pertile è ricercatore di diritto internazionale presso l’Università degli Studi di Trento

Stavo per ultimare un pezzo sull’operazione israeliana Protective Edge, quando i curatori di questo Blog mi hanno gentilmente girato in anteprima un pezzo di Lorenzo Gradoni sul recente appello di alcuni giuristi sulla situazione a Gaza, appello di cui anch’io sono firmatario. Il mio pezzo si allontanava molto, dal punto di vista tematico, dall’appello e prendeva in esame la questione del diritto alla legittima difesa di Israele e altri profili di ius ad bellum che mi paiono, almeno in questa fase, maggiormente rilevanti. La lettura dello scritto di Gradoni m’impone però di rispondere con celerità. Naturalmente devo chiarire in via preliminare che questa risposta rappresenta soltanto la mia opinione e che non ho alcun mandato a rappresentare gli altri firmatari. Continua a leggere

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A proposito di un appello per Gaza lanciato da esperti di diritto internazionale

Lorenzo Gradoni è ricercatore di diritto internazionale presso l’Università di Bologna

Come molti lettori di SIDIblog, qualche giorno fa sono stato invitato a firmare una dichiarazione intitolata “La Comunità Internazionale ponga fine alla punizione collettiva della popolazione civile nella Striscia di Gaza” (l’originale, di cui Chantal Meloni è stata rapporteur, è in lingua inglese ma qui utilizzerò la traduzione italiana diffusa da Fabio Marcelli). Con questo documento, sottoscritto inizialmente da circa 140 professionisti del settore (quasi 300 le adesioni al 31 luglio), tra cui alcuni eminenti studiosi iscritti in cima alla lista in deroga all’ordine alfabetico altrimenti seguito (John Dugard, Richard Falk, Alain Pellet, Georges Abi-Saab, Vera Gowlland-Debbas), prendono la parola “accademici e studiosi di diritto internazionale e penale, difensori dei diritti umani, giuristi e cittadini che credono fermamente nello stato di diritto”. Ricevuta notizia dell’adesione di alcuni amici e colleghi, ero sul punto di unirmi a loro. A prima vista la denuncia mi è parsa condivisibile; poi qualcosa mi ha distolto dall’intento, inizialmente un semplice dettaglio, che ha però innescato una fuga di “cattivi pensieri”. Non ho firmato.

Conviene che io chiarisca subito la natura del mio dissenso, perché è possibile che il lettore si aspetti un controcanto fatto di puntigliose lamentele di non completa “obiettività” e che, preso da tale sospetto, passi oltre. Continua a leggere

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La crisi nella Striscia di Gaza: i documenti

Marina Castellaneta è Professore associato di diritto internazionale, Università di Bari “Aldo Moro”

SIDIBlog pubblica una raccolta di documenti relativi alla crisi nella Striscia di Gaza, tra i quali anche una dichiarazione fortemente critica rispetto all’offensiva israeliana, alla quale hanno aderito illustri studiosi ed esperti di diritto internazionale. L’obiettivo è contribuire ad una discussione più informata e consapevole. Chiunque volesse contribuire a completare la raccolta, indicando o fornendo documenti mancanti, è ovviamente il benvenuto.

SIDIBlog publishes a collection of documents concerning the humanitarian crisis in the Gaza Strip, including also a joint declaration, which has been signed by many distinguished international law scholars and experts, that critically analyses the Israel’s offensive. The aim is to contribute to an informed debate on the crisis. We welcome any suggestion that may help to complete the collection. Continua a leggere

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La Corte di Strasburgo e il divieto di burqa: osservazioni critiche

Ivan Ingravallo è professore associato di Diritto internazionale, Università degli Studi di Bari Aldo Moro

1. La sentenza emessa il 1° luglio 2014 dalla Grande camera della Corte europea dei diritti dell’uomo nel caso S.A.S. c. Francia (ricorso n. 43835/11) si occupa della compatibilità con la CEDU) della legge francese n. 2010-1192, che pone il divieto di coprire il volto nei luoghi pubblici, sanzionando eventuali violazioni dello stesso con una multa (eventualmente affiancata dall’obbligo di seguire dei corsi di educazione alla cittadinanza). La legge, approvata a stragrande maggioranza dal Parlamento francese, suscitò le animate proteste di quanti ritenevano che l’apparenza di un divieto generico celasse l’intenzione di colpire le donne di religione musulmana che indossano indumenti come il burqa, che nasconde il volto del tutto, o il niqab, che lascia solo una fessura per gli occhi. È esattamente una vicenda di questo tipo che ha costituito oggetto del ricorso presentato dinanzi alla Corte di Strasburgo da una giovane donna, nata in Pakistan e cittadina francese, che ha lamentato la violazione degli articoli 3 (divieto di tortura e trattamenti inumani o degradanti), 8 (diritto alla vita privata e familiare), 9 (diritto alla libertà di pensiero, coscienza e religione), 10 (diritto alla libertà di espressione) e 11 (diritto di associazione), oltre che dell’art. 14 (divieto di discriminazione) CEDU. Continua a leggere

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Avvocati stabiliti e abuso del diritto dell’Unione europea. Le Conclusioni dell’Avvocato Generale nella causa Torresi/COA di Macerata

Grazia Vitale è Ricercatore di Diritto dell’Unione europea nell’Università degli Studi di Messina.

In data 10 aprile 2014 l’A.G. Nils Wahl presentava le proprie Conclusioni nelle cause riunite C-58/13 e C-59/13. La vicenda iniziava allorquando i signori Torresi, di cittadinanza italiana, subito dopo avere acquisito in Spagna il titolo di abogado, chiedevano al competente COA in Italia l’iscrizione nella sezione speciale dell’albo, in applicazione della normativa interna di trasposizione della Direttiva 98/05/CE (D. Lgs 96/2001), onde potere ivi esercitare la professione forense con il titolo del Paese di origine. Posto che il Consiglio dell’Ordine non si pronunciava su tali domande entro il termine di trenta giorni previsto dall’art. 6 del citato decreto, i Torresi presentavano ricorso al CNF, che sollevava due questioni pregiudiziali riguardanti l’interpretazione e la validità della direttiva 98/5 alla luce dei principi del diritto UE che vietano l’ “abuso del diritto” e impongono il “rispetto dell’identità nazionale”.

Con la prima questione pregiudiziale il CNF chiede in sostanza alla Corte se l’art. 3 della direttiva 98/5 osti o meno alla prassi di uno Stato membro di rifiutare – in ragione dell’ “abuso del diritto” – l’iscrizione nella sezione speciale dell’albo degli avvocati stabiliti a cittadini di tale Stato membro che, dopo avere ottenuto all’estero il titolo di qualificazione professionale, ritornino nello Stato membro di cittadinanza. L’A.G., nel suggerire alla Corte di fornire risposta positiva al quesito,  sottolinea come, secondo giurisprudenza costante, perché l’invocazione di un diritto attribuito dall’ordinamento dell’Unione possa ritenersi abusivo, sia necessaria la sussistenza di due requisiti fondamentali, non sussistenti nel caso di specie. In primo luogo è fondamentale che si verifichi “un insieme di circostanze oggettive dalle quali risulti che, nonostante il rispetto formale delle condizioni previste dalla normativa dell’Unione, l’obiettivo previsto da tale normativa non è stato raggiunto”. (Conclusioni, par. 84). In secondo luogo, poi, si richiede un elemento soggettivo, “che consiste nella volontà di ottenere un vantaggio derivante  dalla normativa dell’Unione mediante la creazione artificiosa delle condizioni necessarie per il suo ottenimento” (Conclusioni, par. 84). Continua a leggere

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