Un giudizio mostruoso. Quarta istantanea della sentenza 238/2014 della Corte costituzionale italiana

La mostruosità può predicarsi anche di qualcosa che si ammira. In questo senso la sentenza n. 238 mi è parsa “mostruosa” e non ho esitato a scriverlo, due volte in questo Blog (qui e qui) e ancora nel Forum di Quaderni Costituzionali. Sin dall’inizio la decisione ha suscitato anche reazioni di segno opposto (v., in particolare, Fontanelli). Uscendo come mai prima allo scoperto su un tema delicato e controverso come quello del rapporto tra ordinamento italiano e «norme del diritto internazionale generalmente riconosciute», era prevedibile che la Corte costituzionale contrariasse qualcuno.

Com’era inevitabile che lo “schiaffo” al «principale organo giurisdizionale delle Nazioni Unite» turbasse e il nomofilattico e il diplomatico sensibile alla ragion di Stato Continua a leggere

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“Chi non lavora…”: Alcune considerazioni su cittadinanza europea, solidarietà e accesso ai benefici sociali a margine della sentenza Dano

Francesco Costamagna è ricercatore di diritto dell’Unione europea presso l’Università degli Studi di Torino

Dopo quello dell’idraulico polacco, un altro spettro si aggira per l’Europa: quello dei ‘turisti sociali’. Si tratta di cittadini europei non economicamente attivi che, avvalendosi del loro diritto alla libera circolazione e di soggiorno, si spostano in un altro Stato membro con il solo obiettivo di beneficiare dell’aiuto sociale da questo offerto. Alcuni Stati membri, soprattutto quelli dotati di sistemi di welfare più generosi, ritengono che tale fenomeno possa costituire un rischio per la sostenibilità finanziaria di sistemi di protezione sociale già duramente provati dalla crisi (sul punto vd. le considerazioni di Cecilia Sanna) e debba essere contrastato attraverso un irrigidimento delle norme UE in materia di libera circolazione dei cittadini europei. In realtà, i dati forniti da alcuni studi recenti (qui e qui) non sembrerebbero giustificare questo tipo di timori, mostrando come il fenomeno del cd. turismo sociale abbia, nei fatti, un impatto molto ridotto sulle finanze degli Stati ‘riceventi’. È sì vero che, per ammissione dei loro stessi autori, questi studi offrono spesso una fotografia parziale del fenomeno, prendendo in considerazione l’impatto sul sistema nazionale nel suo complesso e trascurando, ad esempio, che la situazione potrebbe essere diversa, e meno sostenibile, a livello locale. A questo si aggiunga che il turismo sociale è ormai divenuto, spesso in maniera impropria, un aspetto del più ampio dibattito/scontro sull’immigrazione e molte delle posizioni bellicose assunte da alcuni Stati costituiscono il disperato tentativo da parte dei governanti di fermare l’emorragia di voti verso partiti nazionalisti e xenofobi che fanno della retorica anti-immigrazione il loro segno distintivo. Continua a leggere

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Norme internazionali generali e principi costituzionali fondamentali, fra giudice costituzionale e giudice comune (ancora sulla sentenza 238/2014)

Pasquale De Sena è professore ordinario di diritto internazionale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano

1. Il suggestivo (secondo) post di Lorenzo Gradoni è un’occasione troppo ghiotta perché io la lasci passare, senza approfittarne per aggiungere qualche considerazione ulteriore rispetto al mio primo intervento sulla sentenza 238 della Corte costituzionale. Lo ringrazio, dunque, soprattutto per questo, oltre che per il generoso riferimento personale che mi rivolge in chiusura. Cercherò, peraltro, di essere breve e di concentrami sui punti seguenti: a) la possibilità di pervenire ad  diversa soluzione in ordine al contrasto fra norme internazionali generali e principi fondamentali ordinamento costituzionale italiano; b) l’eventuale opportunità di una tale, diversa soluzione  sia sul piano metodologico, sia sul piano dei rapporti fra giudice costituzionale e giudice comune. Sul secondo punto, confesso che mi sembra doveroso tornare, anche perché le considerazioni svolte nel mio primo intervento sono appena accennate. In ogni caso, tengo a ribadire il mio apprezzamento per la decisione de qua, soprattutto per il fatto di essere entrata oggettivamente in contrasto con una linea di tendenza che, in tema di immunità degli Stati e crimini individuali, sembra oramai accomunare Corte internazionale di giustizia e Corte europea dei diritti dell’uomo.

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Sequestro conservativo dei conti correnti all’estero e recupero transfrontaliero dei crediti: prime riflessioni sul regolamento (UE) n. 655/2014

Eva de Gotzen è Dottore di ricerca in Diritto internazionale presso l’Università degli studi di Milano.

Tra i beni costituenti il patrimonio mobiliare del debitore, i depositi bancari appartengono a quella categoria che, per eccellenza, può essere facilmente sottratta al soddisfacimento delle pretese creditorie attraverso atti di disposizione non soggetti ad alcuna forma di pubblicità.

Il problema si complica ulteriormente quando tali beni si trovano all’estero. In base alle regole generali (cfr. art. 31 regolamento Bruxelles I e art. 35 regolamento Bruxelles I-bis), il creditore ha già la possibilità di ottenere provvedimenti cautelari nel Paese dell’esecuzione per prevenire il depauperamento del patrimonio dell’obbligato. Tuttavia, l’individuazione all’estero di eventuali conti correnti intestati al debitore inadempiente comporta notevoli difficoltà, mentre l’eterogeneità dei requisiti per ottenere misure cautelari nei vari Stati membri può, di fatto, ostacolare il recupero transfrontaliero dei crediti. Di qui la necessità di introdurre una nuova misura a livello europeo, atta a congelare pro tempore i beni del debitore depositati in conti bancari all’estero, al fine di neutralizzare – nei casi transfrontalieri – eventuali atti di disposizione dell’obbligato sul proprio patrimonio, che ne diminuiscano la consistenza in pregiudizio delle ragioni creditorie.

Con l’intento di soddisfare l’esigenza testé delineata, è stato recentemente adottato il Regolamento (UE) n. 655/2014, che istituisce una procedura per l’ordinanza europea di sequestro conservativo (“OESC”) su conti correnti bancari per facilitare il recupero transfrontaliero dei crediti in materia civile e commerciale.

Il Regolamento consente di ottenere – con un procedimento semplificato e uniforme, da attivare nelle more di un giudizio di condanna (ante causam o medio iudicio - art. 5), in via alternativa rispetto ai procedimenti interinali di diritto interno (art. 1.2) – una nuova forma di misura conservativa di natura reale, volta a impedire la dispersione dei beni del debitore, con propri presupposti, una propria procedura di emissione basata su regole processuali autonome e su formulari standard, oltre a forme attuative e d’impugnazione ad hoc. L’ordinanza cautelare europea così introdotta è soltanto prodromica all’esecuzione forzata, assicurando in via preventiva il concreto soddisfacimento del diritto di credito, mentre il recupero coatto del medesimo continua a essere disciplinato dalle leggi nazionali (art. 46 – per l’Italia, da individuarsi nelle norme che prevedono la conversione del sequestro in pignoramento). Continua a leggere

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Giudizi costituzionali del quinto tipo. Ancora sulla storica sentenza della Corte costituzionale italiana

Lorenzo Gradoni è professore associato di diritto internazionale presso l’Università di Bologna

È a tutti noto che la Corte costituzionale italiana giudica sulla legittimità delle leggi e degli atti aventi forza di legge, sui conflitti di attribuzione, sulle accuse promosse contro il Presidente della Repubblica e, infine, sull’ammissibilità delle richieste di referendum abrogativo: quattro tipi di giudizio. La sentenza n. 238 del 2014 non sembra comportare difficoltà di classificazione: è un sindacato di legittimità costituzionale, un giudizio del primo tipo. Quale sarebbe, però – in tal caso – la norma oggetto del sindacato?

Forse la regola consuetudinaria accertata dalla Corte internazionale di giustizia con sentenza del 3 febbraio 2012? Impossibile: il pensiero di un simile sindacato urta, tra l’altro, contro il dogma della separazione e dell’«impenetrabilità reciproca» degli ordinamenti (così D’Atena, Lezioni di diritto costituzionale3, 2012, p. 177). E infatti non pare che la Corte lo abbia compiuto (sebbene alcuni brani della sentenza possano far pensare il contrario). Forse allora la Corte ha valutato, alla luce dei principi fondamentali della Costituzione, la norma interna con cui l’ordinamento italiano si è adattato alla consuetudine internazionale. Anche questa ipotesi è da escludere, perché altrimenti la Corte avrebbe ritenuto fondati i dubbi di costituzionalità che il Tribunale di Firenze (il giudice a quo) aveva espresso proprio su tale presunta norma di adattamento, norma che la Corte ha però ritenuto “inesistente”, per poi giudicare «infondato» il rilevo del giudice a quo. Mistero nel mistero: persuasa dell’inesistenza della norma denunciata dal Tribunale di Firenze, la Corte costituzionale non avrebbe dovuto dichiarare l’ordinanza inammissibile, per mancanza di oggetto, invece di giudicarla infondata? Paradosso nel mistero: ammesso e non concesso che la Corte abbia commesso una “svista”, come conciliare ciò che in sostanza appare come un giudizio di inammissibilità con la pretesa, chiaramente espressa dalla Corte, di monopolizzare il sindacato sui conflitti tra consuetudine internazionale e principi fondamentali? È difficile pensare che i tribunali italiani debbano d’ora in poi sentirsi costretti a proporre alla Consulta questioni… potenzialmente inammissibili. Il rompicapo è servito. Continua a leggere

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“Il non-essere non è e non può essere”: brevi note a margine della sentenza n. 238/2014 della Corte costituzionale rispetto all’adattamento dell’ordinamento italiano al diritto internazionale consuetudinario

Marco Longobardo è dottorando di ricerca, curriculum di Diritto internazionale e dell’Unione Europea, presso la Sapienza-Università di Roma

La sentenza n. 238/2014 della Corte costituzionale e i commenti dei Professori Lorenzo Gradoni e Pasquale De Sena in questo blog sono preziose occasioni di riflessione circa i modi con cui l’ordinamento italiano si adatta a quello internazionale e, soprattutto, alle norme consuetudinarie. Queste brevi considerazioni si limiteranno a una prima disamina del ragionamento della Corte costituzionale relativamente alla norma consuetudinaria dell’immunità degli Stati dalla giurisdizione straniera.

Benché nel dispositivo la Corte dichiari non fondata la questione di legittimità costituzionale della norma prodotta nel nostro ordinamento mediante il recepimento della consuetudine internazionale sull’immunità degli Stati (dispositivo, par. 3), la motivazione della sentenza appare fortemente innovativa, in quanto per la prima volta la Consulta giudica una norma internazionale consuetudinaria in contrasto con i principi fondamentali della nostra Costituzione. In sostanza, nel dispositivo, “il trucco c’è ma non si vede” e si trova nell’inciso secondo cui la questione è non fondata “nei sensi di cui in motivazione”. Continua a leggere

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Spunti di riflessione sulla sentenza 238/2014 della Corte costituzionale

Pasquale De Sena è professore ordinario di diritto internazionale presso l’Università Cattolica di Milano

1. La sentenza n. 238/2014 della Corte costituzionale è una pronuncia significativa, non solo perché essa si pone in conflitto con la decisione precedentemente resa in argomento dalla Corte internazionale di giustizia, e con gli orientamenti della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo in relazione a casi analoghi (da Al Adsani a Jones); ma anche perché la sua adozione sigla una tappa decisiva nella strisciante contrapposizione fra potere giudiziario ed esecutivo, che, sin dall’inizio (e cioè, sin dalla sentenza Ferrini del 2004), ha caratterizzato la vicenda cui essa si riferisce (sul punto, v. sub 2). Molte sono quindi le considerazioni che si potrebbero svolgere. In questa sede, vorrei limitarmi a proporre qualche spunto di riflessione critica su tre aspetti: a) l’effettiva possibilità dell’adozione di una decisione di segno diverso, a fronte degli obblighi discendenti, per l’Italia, dalla sentenza della Corte internazionale di giustizia; b) l’impostazione, data dalla Corte, al rapporto fra Costituzione italiana e diritto internazionale generale; c) l’idoneità dello scenario aperto dalla decisione della Corte costituzionale a condizionare eventuali, successive decisioni della Corte internazionale di giustizia. Continua a leggere

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Corte Costituzionale italiana e Corte internazionale di giustizia in rotta di collisione sull’immunità dello Stato straniero dalla giurisdizione civile

Lorenzo Gradoni è professore associato di diritto internazionale presso l’Università di Bologna

Chi si appresta a commentare una sentenza recentissima e già “storica” come quella pronunciata dalla Corte costituzionale italiana il 22 ottobre scorso (n. 238 del 2014) può perlomeno beneficiare della certezza che quasi tutti l’abbiano letta (comunque, due utili sintesi si trovano qui e qui). È accaduto, in poche parole, che il custode della Costituzione ha dichiarato inoppugnabile, eppure inaccettabile, la sentenza del 3 febbraio 2012 con cui la Corte internazionale di giustizia, sulla base di un accertamento apparentemente meticoloso della consuetudine internazionale, ha condannato l’Italia per aver disconosciuto l’immunità della Germania nell’ambito di cause civili intentate da vittime italiane di crimini nazisti, le quali, esaurita ogni altra via di ricorso, avevano pensato di cercare giustizia in patria, trovando, dopo gli iniziali insuccessi patiti davanti ai giudici di merito, un’inattesa sponda nella Corte di cassazione, autrice della storica sentenza Ferrini (sent. S.U. n. 5044 dell’11 marzo 2004).

«Rotta di collisione?» – ci si potrebbe polemicamente chiedere leggendo il titolo di questo contributo – «si dovrebbe piuttosto parlare di uno scontro frontale!». La complessità della pronuncia non esclude tuttavia deduzioni diametralmente opposte. Continua a leggere

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Gli obblighi erga omnes, l’idioma dell’egemone e la ricerca del diritto. Ancora sull’intervento contro l’ISIS e oltre

Lorenzo Gradoni è professore associato di diritto internazionale presso l’Università di Bologna

L’intervento militare statunitense in corso in Medioriente, il cui scopo è «umiliare e infine distruggere il gruppo terroristico noto come ISIS» (così si è espresso il Presidente Barack Obama), perpetua e arricchisce una prassi di “unilateralismo armato” da molti ritenuta incompatibile con il quadro giuridico delineato dalla Carta delle Nazioni Unite. È vero che il 15 agosto scorso, il Consiglio di Sicurezza, con risoluzione n. 2170 (2014), adottata all’unanimità, ha condannato senza mezzi termini «the terrorist acts of ISI[S] and its violent extremist ideology, and its continued gross, systematic and widespread abuses of human rights and violations of international humanitarian law» (par. 1), giungendo a ipotizzare che l’ISIS abbia commesso crimini contro l’umanità (par. 3). Ciononostante, il Consiglio non ha autorizzato un intervento militare – come il delegato russo si è premurato di sottolineare – limitandosi a imporre l’adozione di sanzioni individuali antiterrorismo contro alcuni esponenti dell’ISIS e di un’organizzazione a esso affiliata, il Fronte Al-Nusra (par. 18 ss.). Continua a leggere

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Considerazioni sull’intervento militare statunitense contro l’Isis

Paolo Picone è Professore Emerito di Diritto internazionale presso l’Università La Sapienza di Roma

1. A pochi giorni dall’inizio dell’intervento militare unilaterale degli Stati Uniti volto a fermare l’avanzata dell’Isis (lo Stato islamico di Iraq e Levante), cominciano a manifestarsi, per ora flebilmente (ma, come nel caso del Papa, assai autorevolmente) le voci che auspicano che tale intervento venga al più presto sostituito da quello dell’ONU. Solo così sarebbe evidentemente per molti possibile restaurare la “legalità” internazionale, e soddisfare le condizioni fissate dalla unica e vera Costituzione del mondo, la Carta delle Nazioni Unite.
Questa “professione di fede” non tiene conto della realtà. Si dimentica infatti che il Consiglio di sicurezza è destinato ad una sicura inefficienza ogniqualvolta si verifichi un contrasto nelle posizioni sostenute dai Membri dotati del potere di veto (inefficienza che ha prodotto una situazione di paralisi radicale dell’organo nei primi quaranta anni di vita dell’Organizzazione!). E che, dopo la fine della guerra fredda, nel mitico 1989, con la nuova “prassi delle autorizzazioni all’uso della forza” agli Stati, questi ultimi si sono trovati investiti di deleghe, nella gestione degli interventi “per conto” dell’ONU, intrise di forti elementi di unilateralismo; mentre l’unilateralismo ha finito col configurarsi, in molti casi (Kosovo, Afghanistan, Iraq nel 2003, e così via), come una opzione alternativa suscettibile di essere scelta a loro rischio dagli Stati, pur in presenza di critiche e di dissensi, nel caso di paralisi del canale istituzionale dell’ONU! Del resto, anche attualmente, gli appelli rivolti all’ONU a intervenire al posto degli Stati Uniti si rivelano in fondo, più che sorprendenti, un po’ patetici, dato che tale Organizzazione, se si prescinde dalla sua attività di “routine”, non gestisce in realtà direttamente nessuno dei principali conflitti militari attuali (Ucraina, Gaza, Iraq, Libia). E sembra non poter fare diversamente, a causa non solo di dissidi interni tra i Membri dell’Organizzazione (permanenti e non), ma delle stesse caratteristiche materiali peculiari di molti dei conflitti indicati, su cui non è possibile soffermarsi in questa sede.
Lo scopo limitato di questo scritto, che appare non a caso in un blog, è volto perciò non a riprendere ab imis delle più dense riflessioni teoriche (da noi svolte peraltro ampiamente in altre sedi), ma a suscitare a fini costruttivi un breve dibattito, comunque problematico, sull’intervento militare statunitense (tra un “vecchio” studioso ormai già “rottamato” e delle giovani “speranze” della materia), che non sia una volta tanto condotto all’insegna di posizioni troppo prudenti e, per così dire, solo “politically correct”. Continua a leggere

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Su Gaza. Tre obiezioni a Lorenzo Gradoni

Gabriele Della Morte è ricercatore confermato di diritto internazionale presso l’Università Cattolica di Milano

Sollecitato dalle questioni poste nel corso di questo appassionato dibattito, nonché da un invito pubblicamente posto da Lorenzo Gradoni, propongo qui alcune riflessioni a margine di una Joint Declaration che condanna i fatti di Gaza, e alle critiche che a tale dichiarazione sono state mosse, e ribadite, da quest’ultimo.

Cercherò di essere sintetico, e di non sovrapporre le mie ragioni a quelle già espresse da Marco Pertile (che, come pubblicamente dichiarato, condivido). Perciò, le riflessioni qui avanzate si concentreranno essenzialmente su tre profili, rispettivamente: 1) Sulle premesse da cui muove il discorso di Gradoni; 2) Sulle conclusioni indotte da alcune esperienze di ‘giustizia penale internazionale’; 3) Sulle conseguenze dedotte in tema di diritto internazionale umanitario. Continua a leggere

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Gaza e la lotta per il diritto internazionale

È stato prima di tutto per rispondere alla mia coscienza – non per il gusto di scandalizzare – che ho deciso di contrapporre un piccolo scritto a un appello per Gaza di grande successo, che si apre accennando a un “dovere intellettuale e morale” di denuncia. Il fatto che io abbia avvertito l’esigenza di giustificare la mia mancata adesione avrebbe potuto segnalare l’esistenza di un’intersezione tra il mio senso morale e quello dei miei “correligionari” – autori, banditori e firmatari dell’appello – e che il mio super-ego internazionalistico non è molto diverso dal loro, non è in dismissione e neppure in agostane panciolle. Ho insomma voluto esprimermi come membro di una comunità ma di questa comunità devo aver infranto una fondamentale regola, dato il tenore di alcune reazioni.

Mi riferisco soprattutto, ma non solo, alla splendida risposta di Marco Pertile, la quale – come cercherò di mostrare – fraintende ampiamente il senso del mio discorso e che, ciò nonostante – o proprio per questo? – ha strappato a un altro firmatario dell’appello, Gabriele Della Morte, un commosso “Marco, sei tutti noi”! (ibidem). Dopo l’iniziale sgomento di chi è deferito dinanzi a un folto schieramento di sopraccigli alzati, ho cercato di sfruttare l’occasione per meditare sui costrutti psicologici e identitari – e di riflesso teorici – all’origine del successo del documento che stavo per sottoscrivere e della “chiusura comunitaria” manifestata da alcuni firmatari di fronte alla mia critica. Continua a leggere

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Ancora a proposito di Gaza

Anch’io, come Lorenzo Gradoni, non ho firmato l’appello per Gaza, pubblicato qualche giorno fa in questo Blog, insieme ad altri documenti. E, in una certa misura, le ragioni per cui mi sono deciso in tal senso, si sovrappongono a quelle fatte valere nel suo post.

È fin troppo evidente che l’atteggiamento della comunità internazionale, cui pure si richiamano accoratamente gli estensori dell’appello, è stato perlomeno ambiguo riguardo alle vicende cui stiamo assistendo e, come tutti sanno, riguardo alla situazione di cui tali vicende sono espressione. Ed è altrettanto evidente che il sistema stesso della giustizia penale internazionale (e cioè, quello stesso sistema che viene primariamente invocato nell’appello) presenta limiti strutturali (lucidamente individuati, proprio da un Autore italiano come Picone, negli atti di un convegno SIDI, ben prima che il sistema stesso iniziasse concretamente ad operare, e dunque a palesarli), tali da rendere, in partenza, piuttosto improbabile una sua attivazione nel caso in esame, perlomeno per il canale del Consiglio di Sicurezza. D’altra parte, al di là della nota (e comprensibile) presa di posizione dell’Organizzazione per l’Unione africana riguardo alla giurisdizione della Corte penale internazionale nei confronti di capi di Stato e di governo in carica (per la quale, v. i riferimenti indicati nel post di Gradoni), è bene non dimenticare che anche quando tale giurisdizione è stata attivata nei confronti di questi ultimi – sulla base di un “referral” del Consiglio di Sicurezza – gli effetti che ne sono scaturiti appaiono discutibili, perlomeno riguardo alle situazioni complessive sulle quali si mirava ad incidere. Si pensi al caso del (primo) mandato d’arresto nei confronti di Bashir, in cui a tale provvedimento, peraltro non ancora eseguito, fecero immediatamente seguito un peggioramento della situazione umanitaria in Sudan, sotto vari profili, ed alcune reazioni negative, non solo da parte dell’Unione africana, ma anche di altri Stati quali la Russia e l’Egitto. E si pensi ancora all’effimero mandato d’arresto nei confronti di Gheddafi, il quale, lungi dal configurarsi come l’atto iniziale di un procedimento giudiziario realmente autonomo, si è tradotto in realtà in un semplice … preludio all’azione militare, autorizzata dallo stesso Consiglio di Sicurezza, e all’eliminazione fisica dello stesso Gheddafi, senza che ciò abbia peraltro contribuito alla pace e alla stabilità di quel Paese, com’è attestato  dai fatti degli ultimi giorni. Continua a leggere

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A proposito di un appello su Gaza – Una risposta a Lorenzo Gradoni

Marco Pertile è ricercatore di diritto internazionale presso l’Università degli Studi di Trento

Stavo per ultimare un pezzo sull’operazione israeliana Protective Edge, quando i curatori di questo Blog mi hanno gentilmente girato in anteprima un pezzo di Lorenzo Gradoni sul recente appello di alcuni giuristi sulla situazione a Gaza, appello di cui anch’io sono firmatario. Il mio pezzo si allontanava molto, dal punto di vista tematico, dall’appello e prendeva in esame la questione del diritto alla legittima difesa di Israele e altri profili di ius ad bellum che mi paiono, almeno in questa fase, maggiormente rilevanti. La lettura dello scritto di Gradoni m’impone però di rispondere con celerità. Naturalmente devo chiarire in via preliminare che questa risposta rappresenta soltanto la mia opinione e che non ho alcun mandato a rappresentare gli altri firmatari. Continua a leggere

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A proposito di un appello per Gaza lanciato da esperti di diritto internazionale

Lorenzo Gradoni è ricercatore di diritto internazionale presso l’Università di Bologna

Come molti lettori di SIDIblog, qualche giorno fa sono stato invitato a firmare una dichiarazione intitolata “La Comunità Internazionale ponga fine alla punizione collettiva della popolazione civile nella Striscia di Gaza” (l’originale, di cui Chantal Meloni è stata rapporteur, è in lingua inglese ma qui utilizzerò la traduzione italiana diffusa da Fabio Marcelli). Con questo documento, sottoscritto inizialmente da circa 140 professionisti del settore (quasi 300 le adesioni al 31 luglio), tra cui alcuni eminenti studiosi iscritti in cima alla lista in deroga all’ordine alfabetico altrimenti seguito (John Dugard, Richard Falk, Alain Pellet, Georges Abi-Saab, Vera Gowlland-Debbas), prendono la parola “accademici e studiosi di diritto internazionale e penale, difensori dei diritti umani, giuristi e cittadini che credono fermamente nello stato di diritto”. Ricevuta notizia dell’adesione di alcuni amici e colleghi, ero sul punto di unirmi a loro. A prima vista la denuncia mi è parsa condivisibile; poi qualcosa mi ha distolto dall’intento, inizialmente un semplice dettaglio, che ha però innescato una fuga di “cattivi pensieri”. Non ho firmato.

Conviene che io chiarisca subito la natura del mio dissenso, perché è possibile che il lettore si aspetti un controcanto fatto di puntigliose lamentele di non completa “obiettività” e che, preso da tale sospetto, passi oltre. Continua a leggere

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La crisi nella Striscia di Gaza: i documenti

Marina Castellaneta è Professore associato di diritto internazionale, Università di Bari “Aldo Moro”

SIDIBlog pubblica una raccolta di documenti relativi alla crisi nella Striscia di Gaza, tra i quali anche una dichiarazione fortemente critica rispetto all’offensiva israeliana, alla quale hanno aderito illustri studiosi ed esperti di diritto internazionale. L’obiettivo è contribuire ad una discussione più informata e consapevole. Chiunque volesse contribuire a completare la raccolta, indicando o fornendo documenti mancanti, è ovviamente il benvenuto.

SIDIBlog publishes a collection of documents concerning the humanitarian crisis in the Gaza Strip, including also a joint declaration, which has been signed by many distinguished international law scholars and experts, that critically analyses the Israel’s offensive. The aim is to contribute to an informed debate on the crisis. We welcome any suggestion that may help to complete the collection. Continua a leggere

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